Alla Erlendur Fashion Week Iceland 2026, il designer gambiano con base a Milano incontra la visione islandese in un dialogo tra Africa, Europa e Caraibi
REYKJAVÍK, ISLANDA
La moda non conosce confini geografici. Nella sua espressione più autentica può diventare un linguaggio universale, capace di mettere in comunicazione culture differenti, raccontare identità e aprire nuovi spazi di collaborazione creativa.
È questa la filosofia che ha accompagnato Erlendur Fashion Week Iceland 2026, svoltasi a Reykjavík dal 3 al 6 settembre e costruita come un grande punto d’incontro internazionale tra designer e creativi provenienti da Europa, Africa, Caraibi e Asia.
Tra i protagonisti di questo dialogo multiculturale anche Ismaila Jallow, designer, direttore creativo e imprenditore gambiano che oggi vive e lavora a Milano.
La sua presenza in Islanda ha rappresentato simbolicamente l’incontro tra mondi apparentemente lontani: da una parte il patrimonio culturale del Gambia e la creatività africana, dall’altra l’ambiente internazionale della moda milanese. Due dimensioni che, a Reykjavík, hanno trovato un nuovo spazio di espressione.
Ismaila Jallow: radici gambiane, visione internazionale
La storia professionale di Ismaila Jallow è profondamente legata ai concetti di identità, ambizione e contaminazione culturale.
Originario del Gambia e oggi stabilito a Milano, Jallow ha sviluppato un proprio linguaggio creativo nel quale patrimonio culturale gambiano, artigianalità africana e moda europea contemporanea si incontrano.
È fondatore e direttore creativo di YOULTY, brand nato attorno ai concetti di resilienza, identità culturale e design africano contemporaneo.
Nella sua visione, infatti, la moda non coincide semplicemente con la creazione di abiti. Diventa uno strumento per raccontare storie, preservare un’identità e dimostrare come la creatività africana possa occupare pienamente il proprio spazio ai diversi livelli dell’industria internazionale.
Milano ha assunto un ruolo importante in questo percorso, permettendogli di operare all’interno di una delle capitali mondiali della moda senza rinunciare al legame con le proprie radici africane.
La partecipazione alla Erlendur Fashion Week Iceland assume così un significato che va oltre la passerella: racconta il viaggio di una creatività capace di attraversare i confini, dal Gambia a Milano e da Milano a Reykjavík.
La moda come ponte tra culture
La visione di Jallow, tuttavia, non si esaurisce nelle sue collezioni.
Il designer è anche fondatore della Gambia International Fashion Week (GIFW), piattaforma internazionale creata con l’obiettivo di valorizzare designer, modelli e professionisti creativi gambiani e africani, favorendo al tempo stesso il loro collegamento con l’industria globale della moda.
Una filosofia che trova numerosi punti di contatto con quella della Erlendur Fashion Week Iceland.
La manifestazione islandese nasce infatti come luogo d’incontro nel quale la moda può trasformarsi in uno strumento di collaborazione culturale, scambio creativo e persino di fashion tourism, facendo dell’Islanda una destinazione capace di attrarre comunità creative internazionali.
La presenza di Jallow a Reykjavík ha quindi messo in dialogo due visioni complementari: da una parte un’Islanda che vuole aprirsi sempre più alla moda internazionale, dall’altra un’Africa che si afferma come straordinaria fonte di creatività, patrimonio culturale e innovazione.
Reykjavík crocevia della moda internazionale
La vocazione internazionale della manifestazione è emersa chiaramente dal programma dell’edizione 2026.
Tra i designer presenti figurava Addy van den Krommenacker, couturier olandese riconosciuto a livello internazionale e royal couturier, che ha portato in Islanda l’eleganza e la tradizione dell’alta moda europea.
A rappresentare la creatività islandese anche Jóhanna Lind, fondatrice di BRIM Jewellery, mentre Pashmē Loom, brand pakistano con sede a Reykjavík, ha utilizzato la moda per celebrare cultura e patrimonio del Pakistan.
Dai Caraibi è arrivato invece Paul Nerlie Zamor, fondatore e designer di House of Zamor, il cui lavoro combina heritage caraibico, arte africana e lusso contemporaneo.
Spazio anche alla nuova generazione islandese con Jóhannes Óðinsson, diplomato alla Iceland University of the Arts. La sua collezione ha esplorato il rapporto tra moda, identità e cultura delle tifoserie calcistiche, reinterpretandone i codici visivi attraverso tecniche di trompe-l’œil.
A questa pluralità di linguaggi si è aggiunta Victoria Rachel Zamora, designer islandese-latina conosciuta per il suo approccio alla wearable art, nel quale estetica nordica e influenze latine si incontrano attraverso natura, sostenibilità, innovazione e una forte componente teatrale.
La manifestazione ha dato spazio anche ai talenti emergenti, tra cui Belen, la cui passione per la moda è iniziata creando vestiti per le proprie Barbie.
Dalla Giamaica è arrivata invece Latoya McLeary, fondatrice e Creative Director di Hautelife World Eyewear, marchio di occhialeria di lusso ispirato ai viaggi internazionali, all’idea di elevated living e alle destinazioni iconiche del mondo.
Ne è emersa una passerella volutamente priva di un’unica identità estetica: il vero elemento comune era proprio la possibilità di vedere culture e linguaggi differenti condividere lo stesso spazio creativo.
Una visione giamaicano-islandese
Anche dietro la nascita della Erlendur Fashion Week si trova una storia profondamente internazionale.
La manifestazione è stata fondata da Carlotta Tate Ólasón insieme alla figlia Bianca Hallveig Sigurðardóttir, unendo le loro radici giamaicane e islandesi alla convinzione che la moda possa diventare uno strumento di trasformazione e connessione.
Per Carlotta, che è anche psicologa, il rapporto tra moda e psicologia rappresenta un elemento importante di questa visione.
L’abbigliamento non riguarda esclusivamente l’apparenza: può influenzare la sicurezza personale, l’identità, l’espressione di sé e persino il modo in cui ciascuno entra in relazione con il mondo.
Da questa prospettiva nasce una Fashion Week che non vuole limitarsi a presentare collezioni, ma punta a creare connessioni culturali e umane, con un’attenzione particolare alla collaborazione internazionale e al turismo legato alla moda.
Ismaila Jallow ed Erlendur: due visioni che si incontrano
È proprio qui che il progetto islandese incontra naturalmente quello portato avanti da Ismaila Jallow.
Entrambi riconoscono nella moda la capacità di avvicinare culture differenti.
Jallow costruisce ponti tra Africa ed Europa; Erlendur Fashion Week offre uno spazio nel quale queste connessioni possono raggiungere l’Islanda e il mondo nordico.
Il percorso del designer, dal Gambia a Milano, dimostra inoltre come identità culturale e ambizione internazionale non siano necessariamente in contraddizione. Al contrario, possono rafforzarsi reciprocamente.
A Reykjavík questa filosofia si è materializzata sulla passerella: heritage africano, couture europea, creatività caraibica, cultura pakistana e design nordico hanno condiviso uno stesso palcoscenico.
Verso una nuova geografia della moda
Per Ismaila Jallow, la partecipazione alla Erlendur Fashion Week Iceland 2026 rappresenta un’ulteriore tappa di un percorso sempre più internazionale.
Attraverso YOULTY, il lavoro come direttore creativo e la guida della Gambia International Fashion Week, Jallow continua a sostenere la creatività africana e a contribuire alla costruzione di opportunità per una nuova generazione di designer, modelli e professionisti del settore.
La sua presenza in Islanda mostra anche quanto la moda possa trasformarsi in una forma di diplomazia culturale, capace di aprire connessioni tra Paesi, industrie e comunità.
In un sistema della moda sempre più globale, la capacità di attraversare culture differenti senza perdere la propria identità diventa uno degli elementi più interessanti della creatività contemporanea.
Il percorso di Ismaila Jallow racconta precisamente questa evoluzione: dal Gambia a Milano, da Milano a Reykjavík, mantenendo le proprie radici mentre si costruisce una presenza internazionale.
Erlendur Fashion Week Iceland 2026 ne ha offerto un’immagine particolarmente efficace: una passerella sulla quale le culture non si sono semplicemente incontrate, ma hanno iniziato a dialogare.



