C’è una tensione sottile che attraversa Venus in Furs. Non è una citazione, non è nostalgia. È
un’eco.
Per l’Autunno/Inverno 2026–27, Romeo Gigli, sotto la direzione creativa di Alessandro De
Benedetti, costruisce una collezione che vibra come un ritmo ipnotico: ossessivo, magnetico,
quasi rituale. Un’energia che richiama la pulsazione dei The Velvet Underground, trasformandone
l’intensità in architettura del corpo, in costruzione, in silhouette.
Qui non esiste pelliccia come ornamento. Esiste una pelliccia mentale. Esiste desiderio che prende
forma.
Venus in Furs introduce un Romeo Gigli sorprendentemente maschile: le spalle sono nette, i
cappotti avvolgono come corazze leggere, smoking double si scompongono e si ricompongono in
una grammatica di volumi geometrici. La sartorialità non è una memoria borghese, ma un gesto
radicale, contemporaneo, tagliente.
Eppure, dentro questa struttura rigorosa, si insinua un’altra energia. Una sensualità febbrile, quasi
clandestina.
Le rouches in georgette di seta – nervose, instabili, moltiplicate fino all’eccesso – interrompono la
linearità. Le linee marine si allungano in cappotti-divisa dall’attitudine teatrale. Il tailleur nascosto
suggerisce che sotto ogni costruzione esiste una seconda identità, un’altra vita, un’altra possibilità.
I nomi stessi dei look diventano indizi narrativi: Orlando, Double
Life, Ophelia, Vortex, Selene, Mille Rouches, Fur Cocoon. Parole che evocano ambiguità,
metamorfosi, trasformazione. È un guardaroba scritto per un personaggio onirico, colto nel
momento esatto in cui decide di non scegliere, di non dichiararsi mai definitivamente.
Il maschile, qui, non è opposto al femminile. Lo contiene.
Le costruzioni sono esasperate: tagli obliqui, volumi a vortice, abiti che sembrano ruotare intorno al
corpo come satelliti. La severità diventa carezza, la disciplina diventa seduzione. Anche il rigore,
nel mondo Gigli, è sempre un atto poetico.
Le silhouette alternano lunghezze vertiginose e contrazioni improvvise: cappotti che cadono come
mantelli, smoking che si spezzano in nuove proporzioni, tailleur che si nascondono e riemergono,
abiti che aderiscono e scivolano sul corpo come una seconda pelle. La sensualità non è mai
dichiarata: si percepisce, si intuisce, resta in tensione sotto la superficie.
La materia in Venus in Furs è parte integrante della narrazione: una grammatica tattile dove la
costruzione sartoriale incontra superfici liquide, lucide, nervose. Lane compatte e tessuti checked
strutturati si alternano a crepe e georgette in seta, satin luminosi, jersey viscosa stretch e finissaggi
“shine”, fino a dettagli in nappa e inserti che evocano una sensualità più notturna, più segreta.
La palette cromatica attraversa contrasti netti e sfumature emotive: nero assoluto e avorio
lunare, nature, camel e tobacco, il blue/white grafico dei motivi check e pinstripe, fino agli
accenti più teatrali di bordeaux, red, rose, lilla, milka, grey/white e pearl. Una costruzione
cromatica che amplifica la dualità della collezione, sospesa tra disciplina e vertigine.
In Venus in Furs, il romanticismo si fa ultramoderno. Non è malinconia: è tensione.
È una Venere che indossa uno smoking impeccabile e lo porta come un segreto. È una figura che
attraversa la notte con una pelliccia-cocoon di piume e luce. E verso sera danza vestita di luna,
nelle ombre del proprio mistero.



