Il parere del Dr Orhan Dragaš, Esperto internazionale di Geopolitica, saggista e scrittore
Ventiquattro anni fa, la Francia andò alle urne per impedire a Jean-Marie Le Pen di diventare presidente della Repubblica. Al secondo turno delle presidenziali del 2002, Jacques Chirac ottenne l’82,21 per cento dei voti, contro il 17,79 di Le Pen. L’accesso di Le Pen al ballottaggio fu vissuto come un incidente politico tale da richiedere una mobilitazione quasi nazionale. Tre anni dopo, in Germania, la NPD, allora la formazione più visibile dell’estrema destra, raccolse appena l’1,6 per cento alle elezioni federali. CDU/CSU e SPD insieme rappresentavano quasi il settanta per cento dell’elettorato tedesco. L’estrema destra era lontanissima dall’esercitare un’influenza seria sul governo federale.
“Nell’estate del 2026, quell’Europa sopravvive soltanto nella memoria politica”-dice il Dr Orhan Dragas-“Marine Le Pen si avvicina alle presidenziali del 2027 con il 36 per cento delle intenzioni di voto al primo turno, secondo un sondaggio Ifop realizzato in luglio. In Germania, l’AfD ha ottenuto il 20,8 per cento alle elezioni del 2025 e, nei sondaggi dell’estate 2026, arriva fino al 27 per cento, abbastanza per risultare il primo partito. In Italia, Giorgia Meloni ha già fatto ciò che Le Pen sta ancora cercando di fare e che l’AfD è ancora lontana dal realizzare. La destra ha conquistato il governo, lo ha mantenuto e, alla successiva grande prova elettorale, ha ottenuto un consenso ancora maggiore.
La spiegazione più facile sarebbe dire che l’Europa è semplicemente diventata più radicale. È anche la spiegazione più pigra e più superficiale.
L’Europa del 2005
All’inizio di questo secolo, l’ordine politico europeo poggiava su un ampio accordo tra i partiti del centrosinistra e del centrodestra. Divergevano sulle tasse, sullo Stato sociale, sul mercato del lavoro e sulla velocità dell’integrazione europea, ma condividevano alcune convinzioni di fondo. La globalizzazione produceva più benefici che costi. L’integrazione europea ampliava lo spazio della prosperità e della stabilità. L’immigrazione era considerata un fenomeno che lo Stato poteva governare. La competitività industriale dell’Europa appariva un vantaggio destinato a durare.
Fu l’ultimo periodo in cui una larga parte dell’elettorato europeo poteva ancora credere che i partiti tradizionali potessero sbagliare su singole politiche, ma che il sistema, nel suo insieme, continuasse a funzionare. Nel decennio successivo quella convinzione cominciò a sgretolarsi. La crisi finanziaria del 2008 e la crisi del debito dell’eurozona posero una domanda più profonda, destinata a restare aperta. Chi paga quando è il sistema a sbagliare? Le banche furono salvate con denaro pubblico, i governi imposero tagli di bilancio e le regioni industriali videro cambiare produzione e sicurezza del lavoro.
Per una parte dell’Europa urbana e istruita, apertura, mobilità e integrazione significavano più opportunità e maggiore libertà. Per molti appartenenti alla classe media e al mondo del lavoro, le stesse trasformazioni significavano sempre più spesso occupazioni meno sicure, minore stabilità economica e la sensazione di dover sopportare le conseguenze di decisioni sulle quali avevano pochissimo potere.
Il 2015 cambia l’aritmetica politica
La crisi migratoria non ha creato la destra europea. La destra arrivò a quella crisi con un consenso già consolidato. Marine Le Pen aveva ottenuto il 17,90 per cento alle presidenziali del 2012 e, due anni dopo, il Front National risultò la lista più votata in Francia alle elezioni europee. In Germania, già nel 2013, a pochi mesi dalla fondazione, l’AfD arrivò a un passo dal Bundestag.
Poi arrivò il 2015. Quell’anno, nell’Unione europea, furono registrate oltre 1,25 milioni di persone che presentavano domanda d’asilo per la prima volta, più del doppio rispetto all’anno precedente. Entro l’autunno, l’immigrazione era diventata una delle principali preoccupazioni dei cittadini europei. Il tema migratorio si intrecciò con le frontiere, la sovranità nazionale, l’integrazione, i servizi pubblici, la sicurezza e l’identità culturale.
I partiti di destra ebbero l’occasione di dimostrare ciò che sostenevano da anni, cioè che gli Stati non esercitavano un controllo sufficiente sulle proprie frontiere e sulle decisioni capaci di incidere direttamente sulla vita dei cittadini. Dopo quella crisi, la crescita accelerò. Nel 2017 Marine Le Pen arrivò al secondo turno delle presidenziali e, nello stesso anno, l’AfD entrò per la prima volta nel Bundestag come terza forza politica del paese.
Per molto tempo il centro politico europeo interpretò male quella crescita. Il voto ai nuovi partiti di destra veniva spesso spiegato con la radicalizzazione, il populismo, la xenofobia o la disinformazione. Tutti questi fenomeni esistono. Nessuno, preso da solo, spiega però perché lo spostamento politico duri da anni, attraversi gruppi sociali diversi e sopravviva ai cambi di leadership, agli scandali e alle singole crisi. Nel frattempo gli elettori hanno cominciato a giudicare chi governa secondo un criterio molto più semplice. Lo Stato è ancora capace di controllare ciò di cui è responsabile?
Dal 2021 al 2026
La pandemia ha modificato temporaneamente le priorità, ma non ha restituito fiducia al vecchio ordine politico. Alle elezioni tedesche del 2021 l’AfD scese al 10,4 per cento. Quattro anni dopo ha ottenuto il 20,8. Tra quelle due consultazioni, l’elettore europeo ha ricevuto il conto di più crisi contemporaneamente.
Nel 2022 l’inflazione nell’UE ha raggiunto il 9,2 per cento. I costi di abitazione, acqua, elettricità, gas e altri combustibili sono aumentati in media del 18 per cento. L’invasione russa dell’Ucraina ha riportato una guerra su vasta scala sul continente europeo, la dipendenza energetica è diventata una questione di sicurezza nazionale e la politica industriale è tornata a essere una questione di occupazione, produzione e competitività.
Identità e tenore di vita quotidiano hanno smesso di essere temi politici separati. Una famiglia che paga di più per l’energia, fatica a trovare casa, attende troppo a lungo una visita medica, vede aumentare la pressione sulla scuola o sui servizi locali e, nello stesso tempo, ascolta il dibattito su nuovi impegni europei non colloca ogni problema in una categoria politica distinta. Valuta se chi governa sappia stabilire le priorità e mantenere ciò che ha promesso.
Alle elezioni europee del 2024, l’aumento dei prezzi e il costo della vita sono stati tra le principali ragioni che hanno spinto alle urne il 42 per cento dei cittadini dell’UE, mentre il 41 per cento ha indicato la situazione economica. Nella primavera del 2026, il costo della vita continuava a figurare tra le maggiori preoccupazioni dei cittadini in tutta l’Unione europea. Per questo l’ascesa odierna della destra non può essere spiegata seriamente con la sola immigrazione. Prezzi, casa, industria, energia, frontiere, criminalità, integrazione e servizi pubblici confluiscono tutti nello stesso giudizio degli elettori. Chi è ancora capace di governare lo Stato?
Non sono soltanto i giovani ad aver cambiato campo
In Francia un cambiamento generazionale c’è stato. Alle europee del 2024, tra gli under 25, il Rassemblement National è passato dal 15 per cento del 2019 al 26 per cento. Ma il consenso è cresciuto con forza anche tra le donne, tra chi lavora nelle professioni tecniche e specialistiche e in una parte dell’elettorato più istruito. La lista del RN guidata da Jordan Bardella ha ottenuto il 31,37 per cento dei voti in Francia. Non è più il partito di una fascia ristretta dell’elettorato.
La Germania smonta ancora di più l’idea che si tratti soltanto di una rivolta dei più giovani. Alle elezioni federali del 2025, tra gli elettori fino a 24 anni, il primo posto è andato a Die Linke, la sinistra democratico-socialista tedesca. L’AfD è risultata il primo partito tra gli elettori dai 25 ai 34 anni ed è stata ancora più forte nella fascia tra i 35 e i 44.
La destra europea cresce attraverso due processi simultanei. Le nuove generazioni entrano in politica senza il condizionamento storico che per decenni ha segnato il rapporto con partiti come il RN e l’AfD. Allo stesso tempo, un cambiamento ancora più ampio riguarda gli elettori che per anni hanno votato socialdemocratici, democristiani, repubblicani o conservatori e che oggi scelgono la destra. È proprio questo abbandono del centro politico tradizionale a spiegare la portata della trasformazione. La nuova generazione la accelera, ma non la produce da sola.
L’Italia mostra che cosa viene dopo
L’ascesa della destra avviene in un’Europa che, nello stesso tempo, non ha rinunciato alle proprie istituzioni fondamentali né alle proprie alleanze. Nella primavera del 2026, il 51 per cento dei cittadini dell’UE dichiarava fiducia nell’Unione, il sostegno all’euro aveva raggiunto il livello record del 74 per cento e il 76 per cento degli europei sosteneva la prosecuzione degli aiuti all’Ucraina fino al raggiungimento di una pace giusta e duratura. L’Europa, dunque, non è diventata un continente segnato da un antieuropeismo di massa. Sono cambiate le priorità politiche ed è cambiata la fiducia in chi governa.
È proprio per questo che il caso italiano conta tanto. Nel 2022 Giorgia Meloni ha portato Fratelli d’Italia al governo con circa il 26 per cento dei voti. Quando, due anni dopo, gli italiani sono tornati alle urne per eleggere il Parlamento europeo, avevano avuto tutto il tempo per giudicare il suo governo alla prova dei fatti. Fratelli d’Italia non è stato punito alle urne. Ha ottenuto il 28,8 per cento ed è rimasto nettamente il primo partito del paese.
Ancora più importante è ciò che, dopo la sua vittoria, non è accaduto. L’Italia non ha lasciato l’Unione europea, non ha messo in discussione la NATO e non ha cambiato posizione di fronte all’aggressione russa contro l’Ucraina. Anche nel 2026 Meloni ha ribadito il sostegno a Kyiv. Allo stesso tempo, non ha abbandonato le politiche che avevano portato verso di lei una parte consistente del suo elettorato, a cominciare da un approccio più severo all’immigrazione illegale, dalla difesa delle frontiere e dell’ordine pubblico e da una più decisa affermazione degli interessi nazionali all’interno dell’Unione europea.
È questo il significato politico di Meloni per il resto d’Europa. Ha dimostrato che un elettore può volere una politica migratoria e di sicurezza molto più rigorosa e un maggiore controllo nazionale senza per questo desiderare l’uscita dall’Europa o la rottura con l’Occidente. Per anni, una parte del centro europeo ha offerto agli elettori una scelta quasi binaria. O la politica esistente, oppure il rischio dell’isolamento, del caos istituzionale e dell’avventurismo in politica estera. L’Italia ha indebolito seriamente questo argomento.
Per i partiti tradizionali europei, Meloni è quindi un’avversaria più difficile di un politico destinato a restare ai margini. Ha tolto loro la possibilità di presentare ogni spostamento a destra come un salto nel buio. È arrivata al governo, l’Italia è rimasta saldamente nel quadro europeo e atlantico e, alla successiva grande prova elettorale, il suo partito ha ottenuto più voti di quanti ne avesse raccolti quando era arrivato al potere.
Che cosa ha perso il centro politico europeo
Accettare l’integrazione europea non significa più essere disposti a considerare inevitabile ogni conseguenza delle frontiere aperte. Sostenere la transizione verde non implica indifferenza davanti alla bolletta elettrica o al destino di una fabbrica. La solidarietà verso i rifugiati non elimina la richiesta che lo Stato sappia chi entra, chi resta e secondo quali regole. Il sostegno all’Ucraina non cancella la domanda su quanto costi la sicurezza europea e su chi debba pagarne il prezzo.
I partiti che un tempo si trovavano ai margini lo hanno capito prima delle forze che hanno governato l’Europa. Il loro vantaggio principale non consiste necessariamente in soluzioni migliori. Il RN e l’AfD hanno serie contraddizioni interne, soprattutto in economia e nel rapporto con l’Unione europea e con la Russia. Il loro vantaggio sta nel fatto che molti elettori credono che almeno riconoscano l’esistenza di problemi che il centro politico, per anni, ha minimizzato, rinviato o spiegato con un linguaggio nel quale quegli stessi elettori non si riconoscevano più.
In Francia non è più impensabile che Marine Le Pen vinca le elezioni presidenziali. In Germania la domanda non è più se l’AfD abbia ormai un posto nel Bundestag, ma per quanto tempo il sistema politico possa funzionare con un partito sostenuto da circa un elettore su quattro, mentre tutte le altre grandi forze rifiutano di collaborare con esso. In Italia quella soglia è già stata superata. La destra ha conquistato il governo e ha mantenuto il consenso.
Se i partiti tradizionali continueranno a spiegare la crescita di queste forze con il carattere dei loro elettori, quegli elettori avranno ancora meno ragioni per tornare indietro. Se si limiteranno a copiarne il lessico senza dimostrare che lo Stato è capace di controllare le frontiere, garantire l’energia, difendere l’industria, costruire abitazioni, mantenere l’ordine pubblico e finanziare lo Stato sociale, finiranno per rafforzare l’originale invece della copia.
Per decenni il centro europeo ha vinto perché rappresentava la stabilità. Per un numero crescente di persone, oggi, stabilità non significa più difendere lo status quo. Chiedono un cambiamento abbastanza profondo da rendere di nuovo prevedibile la vita quotidiana.
Forse il cambiamento più importante è proprio quello che i sondaggi riescono a cogliere meno. Un tempo, l’elettore dell’estrema destra doveva spiegare a se stesso e agli altri perché votava per un partito collocato al di fuori dello spazio politico considerato accettabile. Oggi, in milioni di famiglie europee, tra colleghi e amici, quel voto non è più isolato. Quando una scelta politica non richiede più una giustificazione sociale, il margine smette di essere margine.
La responsabilità maggiore ricade quindi sui partiti che per decenni hanno formato il centro politico europeo. Non hanno perso consenso perché gli elettori siano diventati improvvisamente più estremi, ma perché per troppo tempo hanno dato per scontato che l’autorità di cui godevano da tempo, la reputazione storica e la paura dell’alternativa si sarebbero trasformate automaticamente in voti. Mentre cambiavano il costo della vita, il mercato del lavoro, la pressione migratoria e i rischi per la sicurezza, i partiti tradizionali hanno spesso reagito tardi e con cautela, e il loro modo di parlare di questi problemi si è allontanato sempre di più dalla vita che le persone conducevano ogni giorno.
Per questo, oggi, il pericolo più grande per il centro europeo non sono Marine Le Pen, l’AfD o Giorgia Meloni in quanto tali. Il pericolo più grande è l’ostinazione con cui continua a trattare i loro elettori come il problema, invece di riconoscere che milioni di persone se ne sono andate perché non si fidano più dei partiti che hanno governato l’Europa per decenni. Non si fidano più perché troppe volte hanno visto quegli stessi partiti riconoscere i problemi soltanto quando erano già diventati crisi, promettere cambiamenti senza realizzarli e chiedere ai cittadini ancora più pazienza per sopportare le conseguenze delle politiche che essi stessi avevano condotto.
Dopo decenni trascorsi al potere, molti partiti tradizionali hanno cominciato a comportarsi come se il consenso degli elettori fosse loro dovuto. L’Italia ha mostrato quanto questa convinzione sia diventata pericolosa.
Giorgia Meloni non ha vinto perché l’Italia avesse deciso di abbandonare l’Europa. Ha vinto perché una quota sufficientemente ampia di italiani aveva smesso di fidarsi dei partiti che per anni avevano sostenuto di essere gli unici capaci di governare il paese responsabilmente. Quando è arrivata a Palazzo Chigi, l’Italia non è uscita dall’Unione europea, non ha messo in discussione la NATO e non ha voltato le spalle all’Ucraina. Ha però cambiato il tono politico, le priorità e il modo di affrontare le questioni sulle quali il vecchio centro perdeva da anni la fiducia degli elettori.
È proprio per questo che oggi Meloni conta per l’Europa più di quanto suggerisca, da sola, la forza del suo partito. Ha dimostrato che la destra può conservare le proprie posizioni e le proprie priorità politiche e, al tempo stesso, assumersi pienamente la responsabilità di governare lo Stato. L’elettore, a sua volta, non è più costretto a scegliere tra cambiamento e stabilità. In Italia quella barriera è già caduta. Se I partiti tradizionali francesi e tedeschi non capiranno perché, potrebbero presto scoprire che I loro elettori lo hanno già capito”.